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Il miracolo dell’arte: il contemporaneo tra i Piceni #3

7 Nov

Si conclude oggi il nostro viaggio tra le opere di arte contemporanea ospitate a Palazzo Ferretti, con “Tors” di Bledian Ibrahimllari, prima classificata al Premio Mannucci di quest’anno.

Bledian Ibrahimllari Tors, 2013 Gesso Cm 45 x 35 x 50 Accademia Belle Arti, Tirana

Bledian Ibrahimllari
Tors, 2013
Gesso
Cm 45 x 35 x 50
Accademia Belle Arti, Tirana

Più ‘tradizionale’ nel soggetto rispetto all’opera della Charitonidi vista la settimana scorsa è “Tors” di Bledian Ibrahimllari, che in termini fortemente sintetici ed astratti descrive un torso maschile esaltandone la muscolatura e la potenza virile.

Opera enigmatica dal forte impatto visivo, anch’essa è in sintonia con i reperti esposti nelle teche in particolare con la decorazione in bronzo di un coperchio con danza di arcieri e opliti attorno ad un totem sormontato da quattro teste di animale, ritrovato nella necropoli orientalizzante di Pitino di San Severino, risalente al VII sec.

Di difficile interpretazione, i quattro personaggi maschili seminudi con elmo e scudo che si muovono intorno al totem potrebbero essere interpretati o come i protagonisti di una danza propiziatoria in onore del defunto oppure, con un riferimento alla Grecia (con la quale gli scambi divennero sempre più assidui), come degli atleti olimpionici.

Un altro reperto in relazione con il ‘torso’ contemporaneo è un kardiophylax del 580 a.C. Decorato a sbalzo con un personaggio maschile che esprime accentuata virilità, posizionato al centro di una creatura mostruosa: un animale a due teste, che facendo riferimento alla mitologia greca, potrebbe rappresentare la nascita dell’eroe da una divinità ed un comune mortale.

Forse l’intento del giovane Bledian è quello di sfatare il mito della perfezione estetica e presentarci la deformazione, il caos, lo scardinamento del famoso ‘canone di Policleto’ e dunque la rottura dell’equilibrio classico per una maggiore confusione e precarietà che, oggi più che mai, rappresentano il nostro sentire comune, senza rinunciare, però, al fascino misterioso e sensuale dell’antichità.

Osservati dallo sguardo vigile e un po’ malinconico del guerriero di Numana, le due opere contemporanee sembrano trovarsi al proprio agio tra i reperti archeologici e sotto l’imponente volta del salone affrescato nel corso del Cinquecento, probabilmente da Federico Zuccari, con motivi a grottesca.

Anche qui si compie il miracolo dell’arte: sintonia perfetta tra arte antica, moderna e contemporanea. Tre linguaggi completamente diversi tra loro che avvolgono lo spettatore in un’atmosfera senza tempo.

Valentina Visconti, Università di Urbino

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Il miracolo dell’arte: il contemporaneo tra i Piceni #2

31 Ott

Continua il nostro viaggio tra le opere di arte contemporanea ospitate al Palazzo Ferretti. Al terzo piano del museo sono esposte “Tors” di Bledian Ibrahimllari e “Cancellata dal vento” di Despoina Charitonidi, rispettivamente prima e seconda classificata al Premio Mannucci di quest’anno. Oggi vi parlerò di quest’ultima.

Despoina Charitonidi Cancellata dal vento, 2013 Tecnica mista: fili di canapa e cemento Cm 130 x 35 x 20 Accademia Belle Arti di Roma

Despoina Charitonidi
Cancellata dal vento, 2013
Tecnica mista: fili di canapa e cemento
Cm 130 x 35 x 20
Accademia Belle Arti di Roma

L’opera della Charitonidi, giovane artista di origini greche, è una vera e propria poesia per gli occhi: una figura femminile che sembra svanire, sgretolarsi per sempre sotto gli occhi rapiti degli osservatori. I calchi, realizzati sul corpo dell’artista, rimandano alla fragilità e all’inconsistenza della materia di cui è composto il corpo umano in relazione al tempo. Mille fili bianchi, realizzati con canapa bagnata nel cemento mischiato con polveri diversi, danno vita a questa figura fragile e commovente.

Nelle teche numerosi reperti provenienti dalle necropoli di San Severino di VII secolo. Molte sono le armi ritrovate, a riprova del fatto che i Piceni fossero dei valorosi guerrieri: spade, pugnali, kardiophylakes, schinieri, elmi ed asce.
Lo svanire della candida figura femmine contemporanea rimanda, in qualche modo al sentimento di perdita causato dall’orrore della guerra. Morte, distruzione e paura che, dall’antichità fino ad oggi, accompagnano l’esperienza atroce del conflitto armato. Sentimenti senza tempo che sembrano annientare l’uomo che combatte perdendo parte della propria anima.

Questa figura femminile dal capo chinato, nella sua inconsistenza, potrebbe simboleggiare anche la vanità della vita terrena. E proprio in questo senso si inserisce ancora meglio nel contesto espositivo del Museo. Per i Piceni, che praticavano l’inumazione dei corpi, la morte segnava solo un momento di passaggio nella vita dell’uomo in cui la sua parte spirituale (anima) si separava dal corpo; gli dei avrebbero permesso all’anima di coloro che erano stati onesti e corretti di ricongiungersi al proprio corpo nella tomba e di vivere così per sempre una nuova vita, che si immaginava molto simile a quella vissuta sulla terra. Per questo motivo le tombe sono ricche di oggetti. Non solo quelli preziosi come corone d’oro, gioielli in ambra, fibule e monili vari che, spesso avevano il compito di ostentare il rango e la ricchezza del personaggio scomparso (e dunque esaltare il prestigio della famiglia d’appartenenza), ma anche e soprattutto oggetti di vita quotidiana: ampolle per contenere i liquidi, bicchieri, grattugie, giochi e tanto altro di personale che il defunto avrebbe “ritrovato” nella nuova vita.

L’opera della Charitonidi è interpretata in termini antitetici rispetto alla fisicità plastica della scultura proprio come l’inconsistenza della nostra esistenza che dimostra l’inutilità dell’affannarsi per le cose terrene, fugaci ed illusorie che tristemente si possono cancellare ad un minimo soffio di vento proprio come questa figura che abbiamo davanti agli occhi.

Valentina Visconti, Università di Urbino

Il miracolo dell’arte: il contemporaneo tra i Piceni #1

23 Ott

Il maestoso Palazzo Ferretti, edificato nel Cinquecento da artisti della corte papale e successivamente ampliato dal Vanvitelli nel Settecento, ospita dal 1958 il Museo Archeologico Nazionale delle Marche ed espone una ricca raccolta di reperti archeologici provenienti dagli scavi effettuati da oltre un secolo nel territorio regionale. Reperti che raccontano la storia delle diverse civiltà che si sono succedute nelle Marche dal Paleolitico all’età romana. Il percorso espositivo attraversa la sezione preistorica, la sezione protostorica, dedicata alla Civiltà Picena (X – III secolo a.C.) e a quella dei Galli Senoni (IV-II secolo a.C.), considerata da sempre la maggiore attrattiva del museo, e infine la sezione romana, cui appartiene il celebre gruppo dei Bronzi dorati rinvenuti a Cartoceto di Pergola, riproposto in copia anche all’aperto, sul terrazzo più alto del palazzo.

Sembra quasi impossibile conciliare reperti così antichi e lontani nel tempo con la contemporaneità, eppure questa sfida è stata vinta alla grande dal Museo Archeologico di Ancona poiché all’interno delle sale, tra i tantissimi oggetti riposti accuratamente nelle teche illuminate si trovano tre splendide opere di arte contemporanea in perfetta sintonia con il resto della collezione archeologica.

umore permanente

Federica Tortorella
Umore permanente, 2011
Gesso e ferro
Cm 50 x 40x 30
Accademia Albertina di Belle Arti di Torino

L’opera di cui vi parlerò oggi è intitolata “Umore permanente” ed è la vincitrice della scorsa edizione  del premio internazionale di scultura Edgardo Mannucci della giovanissima artista torinese Federica Tortorella. L’opera in gesso e ferro si trova al piano nobile dell’edificio, nel maestoso salone affrescato con allegorie delle Virtù da Pellegrino Tibaldi, allievo di Michelangelo.

La scultura si presenta come un ritratto caricaturale della stessa artista che esausta degli sforzi giornalieri (e mattutini) per acconciarsi e sistemarsi i capelli, che puntualmente si trasformano in frustranti fallimenti, preferisce puntare sull’essere piuttosto che sull’apparire. Federica non vorrebbe avere uno specchio, non vorrebbe dover rincorrere a quell’allucinazione di bellezza ogni volta che deve uscire di casa. Infatti, il desiderio della perfezione estetica la porta a una totale nevrosi. Un’astuta metafora già insita nel titolo sintetizza la schiavitù a cui l’uomo contemporaneo si è piegato: l’’umore’ è quello evocato dal volto paffuto ed imbronciato in un’espressione di sbuffo ed è ‘permanente’ poiché l’ansia di apparire sempre impeccabili fa parte della nostra quotidianità e si manifesta nei bigodini dei capelli (che si riferiscono ad un’altra di permanente!).

Volutamente la scultura è affiancata a molteplici esempi di ceramica attica, provenienti dalle necropoli di Sirolo e Numana, databili al V secolo a.C. È evidente come la lavorazione della ceramica sia raffinata e punti ad una alta qualità estetica. A testimonianza di questo “nuovo gusto per il bello” ci sono numerosi vasi a figure rosse (tecnica di assoluta innovazione introdotta ad Atene nel 530 a.C., che sostituì gradualmente la più antica tecnica della ceramica a figure nere, che consente ai pittori di curare maggiormente i dettagli, di approfondire lo studio dell’anatomia umana e del corpo in movimento, creando anche l’effetto della terza dimensione) con scene di battaglie, banchetti nuziali e momenti di toletta femminile.

Il piacere per il bello, dunque, non è una prerogativa dei nostri giorni. Anche i nostri avi amavano esibire le “cose belle”, in modo anche, da ostentare la propria ricchezza. Il problema che però ci affligge oggi riguarda l’esasperazione di questa ricerca di perfezione assoluta che conduce ad una alienazione della persona. Ecco, perché la scultura della Tortorella non è strutturata in equilibri classici (come i vasi in esposizione) ma è totalmente sbilanciata al fine di esprimere lo squilibrio interiore attraverso lo squilibrio delle masse. Opera estremamente espressiva e coinvolgente dove chiunque può riconoscersi, anche con una certa (e familiare) empatia.

Se poi si alza lo sguardo al cielo, gli affreschi del Tibaldi rimandano ad un altro tipo di bellezza: la ricerca di perfezione dei corpi maschili, virili e possenti che si basano sugli studi anatomici michelangioleschi della Cappella Sistina. All’interno di questo piano del museo, dunque, si compie un miracolo che solo l’arte riesce a fare e cioè di far dialogare in perfetta sintonia linguaggi così lontani tra loro accomunati dal potere senza tempo della bellezza.

Valentina Visconti, Università di Urbino