Il miracolo dell’arte: il contemporaneo tra i Piceni #2

31 Ott

Continua il nostro viaggio tra le opere di arte contemporanea ospitate al Palazzo Ferretti. Al terzo piano del museo sono esposte “Tors” di Bledian Ibrahimllari e “Cancellata dal vento” di Despoina Charitonidi, rispettivamente prima e seconda classificata al Premio Mannucci di quest’anno. Oggi vi parlerò di quest’ultima.

Despoina Charitonidi Cancellata dal vento, 2013 Tecnica mista: fili di canapa e cemento Cm 130 x 35 x 20 Accademia Belle Arti di Roma

Despoina Charitonidi
Cancellata dal vento, 2013
Tecnica mista: fili di canapa e cemento
Cm 130 x 35 x 20
Accademia Belle Arti di Roma

L’opera della Charitonidi, giovane artista di origini greche, è una vera e propria poesia per gli occhi: una figura femminile che sembra svanire, sgretolarsi per sempre sotto gli occhi rapiti degli osservatori. I calchi, realizzati sul corpo dell’artista, rimandano alla fragilità e all’inconsistenza della materia di cui è composto il corpo umano in relazione al tempo. Mille fili bianchi, realizzati con canapa bagnata nel cemento mischiato con polveri diversi, danno vita a questa figura fragile e commovente.

Nelle teche numerosi reperti provenienti dalle necropoli di San Severino di VII secolo. Molte sono le armi ritrovate, a riprova del fatto che i Piceni fossero dei valorosi guerrieri: spade, pugnali, kardiophylakes, schinieri, elmi ed asce.
Lo svanire della candida figura femmine contemporanea rimanda, in qualche modo al sentimento di perdita causato dall’orrore della guerra. Morte, distruzione e paura che, dall’antichità fino ad oggi, accompagnano l’esperienza atroce del conflitto armato. Sentimenti senza tempo che sembrano annientare l’uomo che combatte perdendo parte della propria anima.

Questa figura femminile dal capo chinato, nella sua inconsistenza, potrebbe simboleggiare anche la vanità della vita terrena. E proprio in questo senso si inserisce ancora meglio nel contesto espositivo del Museo. Per i Piceni, che praticavano l’inumazione dei corpi, la morte segnava solo un momento di passaggio nella vita dell’uomo in cui la sua parte spirituale (anima) si separava dal corpo; gli dei avrebbero permesso all’anima di coloro che erano stati onesti e corretti di ricongiungersi al proprio corpo nella tomba e di vivere così per sempre una nuova vita, che si immaginava molto simile a quella vissuta sulla terra. Per questo motivo le tombe sono ricche di oggetti. Non solo quelli preziosi come corone d’oro, gioielli in ambra, fibule e monili vari che, spesso avevano il compito di ostentare il rango e la ricchezza del personaggio scomparso (e dunque esaltare il prestigio della famiglia d’appartenenza), ma anche e soprattutto oggetti di vita quotidiana: ampolle per contenere i liquidi, bicchieri, grattugie, giochi e tanto altro di personale che il defunto avrebbe “ritrovato” nella nuova vita.

L’opera della Charitonidi è interpretata in termini antitetici rispetto alla fisicità plastica della scultura proprio come l’inconsistenza della nostra esistenza che dimostra l’inutilità dell’affannarsi per le cose terrene, fugaci ed illusorie che tristemente si possono cancellare ad un minimo soffio di vento proprio come questa figura che abbiamo davanti agli occhi.

Valentina Visconti, Università di Urbino

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Una Risposta to “Il miracolo dell’arte: il contemporaneo tra i Piceni #2”

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  1. Il miracolo dell’arte: il contemporaneo tra i Piceni #3 | Il blog del Museo Archeologico delle Marche - 7 novembre 2013

    […] ‘tradizionale’ nel soggetto rispetto all’opera della Charitonidi vista la settimana scorsa è “Tors” di Bledian Ibrahimllari, che in termini fortemente sintetici ed astratti […]

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